Pizza Margherita

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La Pizza Margherita dei Savoia “indigesta” ai borbonici

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“Prendete un pezzo di pasta, allargatelo o distendetelo col matterello o percuotetelo con le palme delle mani, metteteci sopra quel che vi viene in testa, conditelo di olio o di strutto, cuocetelo al forno, mangiatelo e saprete che cos’è una pizza”. È quanto scriveva nel 1866 Emmanuele Rocco nell’opera “Usi e costumi di Napoli e contorni” diretta da Francesco De Bourcard. “Le pizze più ordinarie, dette “coll’aglio e l’oglio”, hanno per condimento l’olio, e sopra vi si sparge, oltre il sale, l’origano e spicchi d’aglio trinciati minutamente.

Altre sono coperte di formaggio grattugiato e condite collo strutto, e allora vi si pone disopra qualche foglia di basilico. Alle prime spesso si aggiunge del pesce minuto; alle seconde delle sottili fette di muzzarella”. Proprio rifacendosi a questo documento c’è chi ritiene che l’origine della pizza margherita, condita cioè con mozzarella, salsa di pomodoro e foglie di basilico, non sia attribuibile alla regina Margherita di Savoia, bensì risalga al 1849.

“Venne chiamata così per la sua originale composizione: le strisce di mozzarella erano infatti disposte dal centro verso l’esterno e una volta fuse richiamavano la forma dei petali di una margherita”. “È una speculazione che lascia il tempo che trova – si difende Paolo Pagnani, proprietario della storica pizzeria Brandi di Napoli – Noi partiamo da documenti storici che attestano la nascita della pizza margherita nel 1889”.

Secondo la tradizione, infatti, la regina Margherita invitò nella reggia di Capodimonte il pizzaiolo napoletano più famoso, Raffaele Esposito Brandi, per assaggiare l’alimento del popolo. Il pizzaiolo, per l’occasione, fece una pizza con i colori della bandiera sabauda: verde basilico, bianco mozzarella e rosso pomodoro, e la chiamò proprio come la regina.

Da allora i tre fratelli Pagnani, eredi della famiglia Brandi, espongono orgogliosi nel loro locale la lettera firmata dal Gran capo dei servizi di tavola di casa Savoia Camillo Galli e inviata a Raffaele Esposito Brandi. Nel documento, un po’ ingiallito dal tempo, si legge tutto l’apprezzamento della regina Margherita per la pizza. Sono passati 120 anni da quel giorno.

Giovedì prossimo a Napoli, per ricordare questo “anniversario culinario”, è stata organizzata dai proprietari della storica pizzeria una manifestazione allegorica.

Alle 10 partirà da piazza Plebiscito una carrozza con a bordo una donna che impersonerà la regina Margherita di Savoia. In via Chiaia il taglio del nastro: da lì il corteo si trasferirà nella pizzeria Brandi dove sedici pescatori offriranno alla regina e ai passanti tranci di pizza, rigorosamente margherita. Al termine vi sarà un pranzo privato al quale è prevista la partecipazione di Emanuele Filiberto.

“La famiglia Savoia dopo essere tornata in Italia dall’esilio è venuta a visitare il nostro locale. Questo a testimonianza del fatto che esiste una memoria storica della casa Savoia e dei napoletani su un evento certificato da documenti inoppugnabili.

Spesso alcuni giocano con la storia a puro scopo speculativo. D’altronde noi non abbiamo alcun interesse economico nel difendere questa causa: non esiste infatti un brevetto sulla pizza margherita che ci permetta di ottenere dei profitti, né possediamo una catena di negozi in franchising”. “La nostra – conclude Pagnani – è una questione di principio: siamo amanti della storia e della continuità delle tradizioni”.


D’altro canto però, le parole di De Bourcard non sembrano lasciare spazio ai dubbi circa l’esistenza della pizza con pomodoro, basilico e mozzarella ben prima che venisse dedicata alla regina Margherita: “Le pizze più ordinarie, dette coll’aglio e l’oglio, han per condimento l’olio, e sopra vi si sparge, oltre il sale, l’origano e spicchi d’aglio trinciati minutamente. Altre sono coperte di formaggio grattugiato e condite collo strutto, e allora vi si pone disopra qualche foglia di basilico. Alle prime spesso si aggiunge del pesce minuto; alle seconde delle sottili fette di muzzarella. Talora si fa uso di prosciutto affettato, di pomidoro, di arselle, eccetera. Talora ripiegando la pasta su se stessa se ne forma quel che chiamasi calzone”. Insomma, nessuna piatto inventato appositamente per la regina, come vuole la tradizione, e nessuna dedica speciale per la moglie di Umberto I. Ma solo la lungimiranza di un “pizzaiuolo” che aveva visto lungo sulle possibilità di successo di quell’alimento tanto semplice. Una "lungimiranza" che ora i neo-borbonici usano come una freccia nella loro personale “crociata” contro i Savoia. Usurpatori del regno legittimo di Franceschiello. E pure, affondano il bisturi, della pizza napoletana.

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